Dal pezzo unico del 1982 nasce una collezione in titanio smaltato: artigianato decorativo, madreperla e identità capitolina rileggono le origini dell’atelier attraverso un linguaggio contemporaneo.

Tutto cominciò da un orologio
Nel 1982 Riccardo Zannetti realizza il suo primo orologio pezzo unico. Quarantquattro anni dopo, anziché archiviarlo educatamente nel capitolo delle cose importanti già fatte, decide di tornarci sopra. Non per copiarlo, e nemmeno per concedersi quell’esercizio di nostalgia che oggi sembra accompagnare qualsiasi oggetto abbia superato indenne un paio di decenni. L’idea è più interessante: riprendere quel gesto iniziale e chiedersi che cosa possa significare oggi.
Nasce così Vesta, collezione che riporta Zannetti al proprio punto di partenza e contemporaneamente racconta molto del percorso compiuto dall’atelier romano. Perché già in quel primo esemplare del 1982 c’era un’idea precisa dell’orologio: non soltanto strumento meccanico, ma superficie sulla quale incidere, smaltare, disegnare e costruire un linguaggio personale.
È probabilmente questa la chiave più utile per osservare Vesta. Non bisogna partire dal movimento, né cercare immediatamente la complicazione capace di conquistare la conversazione a cena. Bisogna guardare la cassa. Fermarsi sui motivi ornamentali. Osservare il rapporto fra metallo, colore, quadrante e proporzioni. Qui la decorazione non arriva alla fine del progetto: ne costituisce il principio.
Ed è anche una dichiarazione piuttosto chiara su cosa significhi oggi lavorare come atelier indipendente. Zannetti continua infatti a produrre in serie molto piccole o attraverso pezzi unici, mantenendo nelle proprie creazioni una componente importante di lavorazione manuale. Una dimensione lontana dai grandi numeri industriali e coerente con la storia della maison romana.
Un nome che arriva dall’antichità
Chiamare un orologio Vesta, a Roma, significa inevitabilmente evocare qualcosa che precede di parecchio l’invenzione dell’orologeria da polso.

Il riferimento è alla divinità romana e al suo tempio, ma soprattutto al significato simbolico del fuoco custodito e della continuità. È un’associazione che funziona particolarmente bene per un progetto nato dalla rilettura di un oggetto realizzato più di quarant’anni prima: conservare una fiamma non significa mantenerla immobile, bensì impedire che si spenga.
E qui Roma smette di essere semplicemente l’indirizzo dell’atelier.
Nell’interpretazione di Zannetti diventa un vocabolario. La decorazione architettonica, i motivi ornamentali, la capacità di trasformare una superficie funzionale in uno spazio narrativo appartengono alla storia della città almeno quanto pietra, travertino e cupole. In Vesta questa cultura ornamentale viene compressa nelle dimensioni di una cassa da polso.
Il risultato è volutamente grafico. La geometria rettangolare viene interrotta dal grande elemento circolare che accoglie il quadrante, mentre le parti superiore e inferiore della struttura riprendono motivi incisi che ricordano fregi e decorazioni di matrice classica. È un disegno che non tenta di nascondersi e che, proprio per questo, appartiene chiaramente al repertorio Zannetti.

La scelta del nome diventa quindi qualcosa di più di un richiamo archeologico: suggerisce un rapporto con la memoria che non pretende di ricostruire il passato, ma di utilizzarlo come materiale creativo.
Titanio, smalto e una geometria molto romana
La cassa è realizzata in titanio, materiale inevitabilmente legato all’orologeria contemporanea per leggerezza e resistenza. Qui, però, la modernità del metallo viene quasi contraddetta dal trattamento al quale viene sottoposto.

Le superfici sono incise con motivi ispirati all’antica Roma e completate da smalti policromi. L’effetto è interessante proprio perché mette insieme due mondi apparentemente distanti: da una parte un materiale tecnico, dall’altra lavorazioni decorative che rimandano a una tradizione artigianale.
Le versioni mostrate giocano con identità cromatiche molto differenti. Il blu produce un contrasto netto con le parti metalliche lasciate a vista; il nero rende l’insieme più grafico; verde e rosso spingono ulteriormente sul carattere decorativo. Cambiando colore cambia parecchio anche la percezione dell’orologio, pur rimanendo invariata la struttura.

E questo è un dettaglio meno scontato di quanto possa sembrare. In un progetto costruito attorno alla decorazione, infatti, il colore non è semplicemente una variante commerciale. Diventa parte della composizione, modifica il rapporto fra pieni e vuoti e altera il modo in cui la luce disegna le incisioni.
Al centro, quasi come se fosse incorniciato dall’architettura della cassa, compare il quadrante. La madreperla introduce una luminosità differente rispetto al titanio e allo smalto, mentre la sezione interna colorata riprende il tono dominante della versione. Indici e lancette utilizzano il disegno caratteristico di Zannetti, contribuendo a costruire un volto che difficilmente può essere confuso con quello di un prodotto industriale convenzionale.
All’interno lavora un movimento automatico Swiss Made. Il comunicato non fornisce ulteriori caratteristiche tecniche del calibro, concentrando volutamente l’attenzione sulla componente estetica e artigianale dell’orologio.
L’orologeria come arte decorativa
La parte interessante di Vesta, alla fine, potrebbe trovarsi proprio nella domanda che pone.
Quanto spazio rimane nell’orologeria contemporanea per un oggetto nel quale la meccanica non debba necessariamente essere il protagonista assoluto?
Per decenni il racconto dell’alta orologeria si è concentrato soprattutto su complicazioni, prestazioni, nuovi materiali, record dimensionali e soluzioni tecniche. Tutto perfettamente comprensibile. Ma l’orologeria europea possiede anche un’altra tradizione, altrettanto antica: quella dell’oggetto decorato, inciso, smaltato, dipinto e costruito per essere guardato oltre che utilizzato.

Zannetti appartiene dichiaratamente a questa seconda cultura.
Vesta lo ricorda senza bisogno di effetti speciali. Il titanio impedisce all’operazione di trasformarsi in una semplice rievocazione storica; incisione e smalto impediscono invece al materiale tecnico di diventare impersonale. Nel mezzo rimane un oggetto che porta addosso molto del luogo nel quale è stato pensato.
Ed è forse questo il legame più convincente con il pezzo unico del 1982. Non la forma ripresa, non il riferimento storico e neppure il nome, ma l’idea che un orologio possa essere prima di tutto il territorio sul quale un autore lascia un segno.
Quarantquattro anni dopo, quel segno è ancora riconoscibile. Solo che adesso è inciso nel titanio.
Zannetti Vesta riprende il progetto realizzato da Riccardo Zannetti nel 1982, reinterpretandolo attraverso titanio inciso, smalti e madreperla.



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