Un film breve per i 150 anni di Audemars Piguet, una AP House milanese trasformata in salotto privato e un attore che smonta con ironia i cliché più sacri dell’alta orologeria svizzera: la serietà assoluta con cui si prende il tempo.

Nella Vallée de Joux il tempo, per decenni, è stato soprattutto silenzio, neve e inverni infiniti. È qui che, nel 1875, Jules Louis Audemars ed Edward Auguste Piguet decidono che quella sospensione va riempita con qualcosa di più ambizioso che pelare patate: miniaturizzare il cosmo dentro una cassa d’orologio. Un secolo e mezzo dopo, quella stessa ossessione arriva a Milano, si accomoda all’AP House di via Bagutta e si mette a ridere di sé stessa.

La scena è questa: nell’ex Garage Traversi, trasformato in cinque piani di legno, vetro e luce che sembrano un loft d’artista più che una boutique, si spengono le luci. Chi è abituato ai classici film “da brand” sa già cosa aspettarsi: ghiaccio al rallentatore che si scioglie, macro sulla ruota a colonne, voce impostata che spiega concetti complicatissimi con aggettivi ancora più complicati. Invece no. Sullo schermo appare Pierfrancesco Favino che, con quella naturalezza da amico al bancone, dice più o essenzialmente: “Dicono che per raccontare questa storia ci vogliano 150 anni. Proviamo a farlo in meno”. È il momento in cui tutti capiscono che non sarà la solita liturgia. Favino articolo Esquire

Il cortometraggio si chiama The Testimonial, è diretto da Alice Fassi e prodotto dalla creative platform C41. Sulla carta potrebbe sembrare la parodia definitiva di ogni video istituzionale di alta gamma; in realtà è la mossa più contemporanea che Audemars Piguet potesse orchestrare per il suo anniversario: usare l’autoironia per raccontare perché, in un villaggio di contadini in mezzo alle rocce, qualcuno abbia deciso di usare il tempo libero per costruire strumenti per misurare il tempo stesso.

Favino incarna un testimonial che non vuole essere “testimonial”, uno che rifiuta l’aria imbalsamata ma è perfettamente consapevole del ruolo che gioca. Ascolta la storia della valle, dei contadini che in inverno diventano maestri orologiai, e a un certo punto chiede, con sguardo mezzo incredulo, mezzo divertito: “Ma tu mi stai dicendo che i contadini, per ammazzare il tempo, si sono inventati la misurazione del tempo?”. È il modo migliore per spiegare la genesi dell’orologeria: un mix di noia, ostinazione e genio. Favino articolo Esquire

La macchina da presa lo segue dentro i luoghi-chiave della Manifattura: il restoration atelier, dove complicazioni d’epoca vengono riportate in vita vite dopo vite; gli spazi ultratecnologici dell’headquarter di Le Brassus; e soprattutto il Musée Atelier disegnato da Bjarke Ingels, quella spirale di vetro e ottone che sembra uscita da un film di fantascienza più che da un manuale di tecnica. Ogni volta che il taglio visivo si farebbe solen­ne, Favino entra in campo e punge il pallone.

Prende in giro il fuoco della camera come un regista mancato, infila i guanti da orologiaio con l’aria di chi sta provando un nuovo accessorio di stile, si diverte con un modello che “c’ha solo le mezz’ore”, soluzione perfetta – suggerisce – per gli appuntamenti romani del genere “ci vediamo alle nove… nove e mezzo”. È un modo di sgonfiare la retorica, senza mai mancare di rispetto a chi, nel frattempo, sta lavorando su meccanismi più piccoli di una moneta. Favino articolo Esquire

Le complicazioni, di solito, sono la parte più intimidatoria dell’orologeria: tutto ciò che va oltre ore, minuti e secondi – calendari perpetui, fasi lunari, ripetizioni minuti. Nel film diventano il contrario del loro nome. Favino si schermisce, sostiene di cavarsela “con le cose complicate”, ma quello che fa davvero è tradurle: dietro quei quadranti affollati non ci sono formule magiche, ci sono persone che studiano i movimenti del cielo e li trasformano in ruotismi microscopici. Il corto ti prende per mano e ti spiega perché, dietro ogni indicazione in più sul quadrante, ci sono anni di tentativi, correzioni, vite professionali intere.

Arriva inevitabile anche il capitolo Royal Oak. Nel 1972, un orologio sportivo in acciaio che costava come l’oro sembrava un errore di valutazione clamoroso; oggi è l’alfabeto base del desiderio maschile al polso. Favino lo indossa da anni sui red carpet – a Venezia, ai David, ovunque ci sia da ricordare che anche il più classico completo blu ha bisogno di un dettaglio spigoloso per diventare interessante. In The Testimonial, però, il Royal Oak non è solo il feticcio dei collezionisti: è la prova che una scelta “fuori tempo massimo” in piena crisi del quarzo è diventata l’asset che oggi consente ad Audemars Piguet di scherzare sulla propria leggenda. Favino articolo Esquire

Tutto questo viene proiettato all’AP House milanese, che non è il classico tempio del lusso con vetrine e pavimenti che fanno eco, ma un’idea diversa di casa di marca: cinque piani pensati come un grande appartamento aperto, con lounge bar, salotti, spazi espositivi che raccontano il filo invisibile tra Milano e la Vallée de Joux. Guardare The Testimonial da un divano, con un bicchiere in mano, e subito dopo poter provare un cronografo, è la sintesi della nuova grammatica del lusso: meno piedistalli, più conversazioni.

Il colpo di genio arriva quando Favino, con aria serissima, si chiede che fine facciano i testimonial una volta usciti dall’inquadratura. Immagina una “terra dei testimonial” in cui tutti camminano all’infinito in slow motion, con una mano fissa sul bottone della giacca, pronti per la prossima campagna. È la stoccata elegante alla liturgia patinata di uno storytelling dove nessuno suda, nessuna vite si graffia, e ogni frase sembra uscita da un manuale di superlativi. Favino articolo Esquire

Qui succede il contrario: si ride, si imparano davvero la differenza tra un calendario perpetuo e una ripetizione minuti, ci si perde nelle curve del Musée Atelier e si scopre che il tempo, prima di diventare un investimento o una quotazione in asta, è un’ossessione umana bellissima. Sui titoli di coda, Favino finge di offendersi perché il suo nome nei credits non è abbastanza grande: suggerisce di tagliare due lettere, in modo da farlo così enorme che qualcuno potrebbe chiedersi “de mar?”.

È l’ultima battuta di un film che, sotto la superficie leggera, veicola il messaggio più attuale possibile: dopo 150 anni di rivoluzioni meccaniche, la vera prova di forza non è quanto sei serio, ma quanto sei capace di sorridere di te stesso. E farlo, senza mai tradire la precisione di ciò che costruisci, è una complicazione che non si può misurare con nessuna cassa.


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