HANDMADE 23

HANDMADE 23

Il numero 23 di Handmade si apre con una dichiarazione di intenti: «It’s not black. It’s not white. It’s Bleu». Un J12 blu come un colpo di luce rompe la pagina bianca e introduce subito il tono del numero: l’eleganza non è mai neutra, è sempre una scelta, una sfumatura precisa. Anche la sequenza di aperture pubblicitarie – Vacheron Constantin, Baume & Mercier, Hublot, Panerai, TAG Heuer – funziona come un prologo visivo, una piccola galleria di icone contemporanee.

Il vero tema però viene svelato qualche pagina dopo, con le parole di Frank Sinatra: i versi di That’s Life occupano una pagina intera e danno il titolo al numero. Subito dopo, nella prefazione, Paolo Gobbi prende quella canzone come bussola emotiva: salite e cadute, entusiasmi e sconfitte, resilienza quotidiana. L’orologeria, suggerisce, è una metafora perfetta di questa altalena: misuriamo il tempo, ma in realtà stiamo misurando le nostre vite, le nostre fragilità, la capacità di rimetterci in piedi.

Il sommario conferma l’idea di un numero costruito come un piccolo romanzo corale: capitoli che alternano tecnica e emozione, industria e persone, novità di prodotto e racconti più lunghi. Tempi Moderni è la prima sezione a prendere la parola, ed è qui che si capisce come Handmade intenda il concetto di contemporaneità: non come rincorsa alla novità fine a se stessa, ma come tentativo di leggere ciò che sta cambiando nell’ecosistema del tempo di lusso.

La cover story TAG Heuer di Handmade racconta un marchio che vive dove si incontrano velocità e lusso. Si parte dal “tempo della velocità”: cronografi e tourbillon descritti come motori in miniatura, materiali high-tech e palette da livrea da corsa trasformano l’orologio in un’emozione meccanica più che in un semplice strumento. L’intervista a George Ciz riposiziona TAG Heuer come leader dello sport-luxury: la Formula 1 e la partnership con Oracle Red Bull Racing sono il cuore della strategia globale, amplificato da social, influencer e Watches & Wonders, con l’obiettivo di parlare a una community giovane e mista, vendendo ispirazione oltre che segnatempo. Nella seconda parte Nicholas Biebuyck, Heritage Director, mostra il “dietro le quinte”: un archivio di migliaia di orologi, icone come il Carrera 1158 CHN, il rapporto con i collezionisti e il vintage alimentano le collezioni future in un continuo dialogo tra memoria e innovazione.

L’articolo di apertura è dedicato a EveryWatch, una piattaforma indipendente che raccoglie e interpreta milioni di dati sulle vendite di orologi a livello globale. È un pezzo che porta dentro il giornale un linguaggio quasi da data-journalism: grafici, schermate di piattaforma, concetti come trasparenza, tracciabilità, informazione a disposizione di collezionisti, marchi e retailer. L’idea di fondo è che il mercato secondario non sia più una zona d’ombra, ma un archivio vivo che racconta desideri, mode, rivalutazioni improvvise.

Dal cuore tecnico dell’orologeria si passa, nella seconda parte del sommario, ai racconti lunghi. Il servizio dedicato a Hausmann & Co., per esempio, mostra come una storica realtà romana possa ridisegnare la geografia del tempo con Edge e Loft, due spazi diversi e complementari nel centro di Roma. Qui il tema di That’s Life diventa racconto urbano: le vite dei collezionisti, le passeggiate tra Via del Babuino e Via del Corso, la dimensione quotidiana di un luogo che custodisce pezzi rari ma coltiva soprattutto relazioni.

Un altro capitolo importante è quello dedicato a Tudor, dove eredità e tradizione vengono letti attraverso la lente di un marchio che ha saputo trasformarsi in oggetto del desiderio di una generazione nuova. Il focus non è solo sui modelli, ma sul linguaggio: materiali, proporzioni, storytelling, connessioni con il mondo dello sport e dell’avventura. È un ritratto di marca che si inserisce perfettamente nel fil rouge del numero: l’identità come qualcosa che si costruisce nel tempo, tra passato e presente.

Più avanti, il magazine allarga progressivamente lo sguardo: gioielli che raccontano storie personali, couture fotografata come fosse un sogno tattile, auto d’epoca che riportano in superficie un’idea di viaggio lenta e sensoriale. La sezione Lifestyle diventa una sorta di stanza delle meraviglie, in cui l’orologio dialoga con altri oggetti del desiderio: una fragranza, un dettaglio di sartoria, una barca, un accessorio d’arredo. Tutto è legato da una stessa domanda implicita: che uso facciamo del nostro tempo?

Il numero 23, insomma, sembra costruito come una playlist: si passa da una ballad jazz – l’editoriale su Sinatra – a tracce più ritmate, come i servizi di prodotto, per poi rallentare di nuovo su pagine più narrative. Il lettore non è mai schiacciato da una sola prospettiva: trova la competenza tecnica, ma trova anche spazio per l’immaginazione, per le associazioni personali, per una certa leggerezza ironica che affiora qua e là nei testi.

Alla fine, quello che resta del numero è proprio la sensazione racchiusa nel titolo: That’s Life. Ci sono i record d’asta e le piattaforme di dati, ma ci sono anche i gesti minimi – allacciare il cinturino, posare l’orologio sul comodino, scegliere un gioiello prima di uscire la sera. Handmade 23 racconta tutto questo con il suo tono inconfondibile: una rivista di orologeria e gioielli che, pagina dopo pagina, in realtà parla soprattutto di vite, di scelte, di memorie che il tempo non cancella ma custodisce.


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