In edicola arriva Handmade #24 e fa una cosa semplice: mette insieme sport e città, design e meccanica, ambiente e cultura del gesto. Dalla copertina firmata Hublot con Kylian Mbappé alle interviste, dai report su Rolex Perpetual Planet Initiative fino al ritorno del Monterey di Louis Vuitton, è un numero che si legge come una passeggiata con tappe precise.

C’è un momento, davanti all’edicola, in cui capisci se una rivista ti sta chiamando davvero. Non è quando leggi il prezzo, né quando ti convinci che “tanto poi lo sfoglio con calma”. È quando lo prendi in mano e senti che quel blocco di carta ha un ritmo: un indice che promette deviazioni, un’impaginazione che ti invita a restare, e la sensazione — rara — che l’orologeria venga raccontata come si raccontano le cose vive: con cultura, costume e un po’ di ironia, senza farla diventare un esercizio per iniziati. Handmade #24, in questi giorni in edicola, parte proprio da qui: dall’idea che il tempo non sia solo una funzione, ma un linguaggio. HM_24_bassa
Una copertina che parla di notti europee
La scelta di aprire con Hublot e Kylian Mbappé non è un “colpo a effetto” fine a sé stesso: è una dichiarazione di tema. Il calcio di Champions, con i suoi rituali televisivi e le sue settimane scandite dai calendari, è una delle poche liturgie contemporanee che riescono ancora a unire bar, salotti, chat e viaggi. “Notti da Champions” mette Mbappé al centro per raccontare un legame decennale con il torneo e con l’idea di tempo come pressione, attesa, istante decisivo. HM_24_bassa
Poi, come spesso accade quando Handmade entra nel dettaglio, dalla narrazione si passa al polso: il Big Bang Unico Winter diventa un pretesto per parlare di inverno non come “stagione difficile”, ma come stile di vita — valigie, guanti, maniche, e quell’eterna domanda: che cosa indossi quando tutto il resto è già troppo?
Roma non come cartolina, ma come metodo
Il cuore del numero, però, batte spesso tra due coordinate: Roma e la Svizzera. L’intervista a Laura Burdese per Bulgari lo dice senza giri di parole: c’è “uno spazio minuscolo — quello di un quadrante — in cui due mondi imparano a convivere”. Romanità come filosofia (non geografia), rigore elvetico come sostanza; e in mezzo quell’equilibrio che, se funziona, rende un orologio riconoscibile anche a distanza. HM_24_bassa
E quando Handmade parla di Roma, di solito non lo fa per nostalgia: la usa come lente. Vale anche per la parte eventi, con la serata alla Punch Room del The Rome EDITION insieme a Bedetti 1882 e Baume & Mercier: una comunità temporanea, fisica, fatta di domande senza microfoni e quadranti illuminati dal bancone — e l’idea che l’orologeria, fuori dalle teche, cambi tono e diventi conversazione. HM_24_bassa
Quando il “Perpetual” esce dal marketing e torna paesaggio
C’è un passaggio, nel reportage su Rolex Perpetual Planet Initiative, che sposta l’asse del numero: dal lusso come oggetto al lusso come responsabilità misurabile. Il progetto ORKCA (Orange River-Karoo Conservation Area), sostenuto dall’iniziativa, viene raccontato come un laboratorio di rewilding in Namibia: recinti rimossi, corridoi ecologici ricuciti, e una prima translocazione volutamente “pilota” (10 oryx, 10 springbok, 10 struzzi) monitorata con collari e dati.
Qui l’orologio non è protagonista in foto: è protagonista per analogia. Perché la parola “perpetual”, quando la togli dalla lunetta e la rimetti nella terra, diventa un progetto a lungo termine — e la rivista ha il merito di raccontarlo senza trasformarlo in slogan. HM_24_bassa
Sport, cronometri e un ermellino “Gen Z”
Handmade #24 entra poi in modalità “conto alla rovescia”: Milano Cortina 2026 non è ancora iniziata, ma il tempo — quello vero — ha già preso posto in scena. Omega viene presentata nel suo ruolo di Cronometrista Ufficiale dei Giochi Paralimpici (dal 1992) e il racconto si aggancia a uno Speedmaster 38 mm Milano Cortina 2026: cassa da 38 mm in acciaio, lunetta in ceramica blu con scala tachimetrica in smalto bianco, quadrante con effetto ghiacciato azzurro e richiami grafici al “26”.
E poi c’è Milo: mascotte paralimpica, un ermellino marrone nato senza una zampa, che “ha imparato a camminare usando la coda”. È il tipo di dettaglio che, messo così, fa quello che dovrebbe fare una buona rivista: ti lascia qualcosa da raccontare a cena senza dover parlare di referenze. HM_24_bassa

Design italiano, smalto Grand Feu e un revival fatto bene
Se ti piacciono le storie in cui l’orologeria incrocia l’architettura, il capitolo Louis Vuitton è una tappa obbligata. Il Monterey — nato dall’immaginario di Gae Aulenti — ritorna in una rilettura affidata a La Fabrique du Temps Louis Vuitton: edizione limitata a 188 esemplari, funzioni essenziali (ore, minuti, secondi), e un quadrante in smalto Grand Feu bianco raccontato con precisione quasi “da laboratorio”: strati, cotture, spianatura, nuove cotture, e decorazioni fissate colore per colore.
Dietro, un calibro automatico LFT MA01.02 con 45 ore di riserva di carica e dettagli di finitura che la rivista descrive senza cadere nella solita lista sterile. HM_24_bassa

Indie, aste e manifatture: il resto del viaggio
Il numero continua a muoversi su più registri, senza perdere coerenza. C’è Zenith, con Benoit de Clerc che racconta un marchio “midsize” e il valore degli archivi come capitale da usare nel presente, non come esercizio di nostalgia. HM_24_bassa
C’è Zannetti, con l’Impero Titanium declinato in una trilogia (lunetta liscia, greche incise, greche smaltate): cassa da 40 mm in titanio, lavorazioni e assemblaggi a Roma, e quella variazione minima tra un esemplare e l’altro che dice “mano”, non catena di montaggio.
C’è Tutima Glashütte, che porta a Geneva Watch Days una Patria in titanio grado 5 con calibro di manifattura Tutima 617 a carica manuale (171 elementi) e riserva minima di 65 ore: un discorso di sobrietà tedesca tradotto in specifiche e finiture.

E c’è il mercato, raccontato con garbo: Monaco Legend Group, con Carlotta Parmegiani che descrive come stia cambiando l’attenzione verso l’orologeria femminile vintage, tra estetica unisex e nuove generazioni di appassionate che scelgono in modo più autonomo.
In filigrana, torna il manifesto editoriale: “meno slogan, più sostanza”, e soprattutto l’idea che la coerenza — in orologeria come nella scrittura — sia la vera unità di misura.



Lascia un commento