Il Monterey di Louis Vuitton riporta al polso l’immaginario di Gae Aulenti: dagli anni Ottanta al quadrante in smalto Grand Feu, un viaggio tra design italiano, Musée d’Orsay e savoir-faire de La Fabrique du Temps.

n molte case, la prima traccia di Gae Aulenti non è un disegno tecnico ma una luce: quella morbida e teatrale della lampada Pipistrello, che trasforma un tavolo anonimo in un piccolo palcoscenico domestico. Prima ancora di firmare musei e stazioni, Aulenti aveva capito che il design poteva essere un gesto quotidiano, una presenza discreta che cambia il modo in cui abitiamo gli oggetti. Architetta e designer in un’Italia del dopoguerra che vedeva poche donne nei grandi studi, si forma al Politecnico di Milano e diventa una delle voci più originali della generazione che reimmagina le città dopo i bombardamenti.
La sua carriera è un continuo cambio di scala: sedie, lampade, allestimenti teatrali, fino alle trasformazioni radicali di edifici come il Palazzo Grassi a Venezia e, soprattutto, la vecchia Gare d’Orsay di Parigi, convertita in museo d’arte del XIX secolo.

L’architetto Gae Aulenti con Pontus Hulten a Palazzo Grassi a Venezia nel 1986.
Aulenti non ama le etichette: si muove tra modernismo e tradizione, tra industria e artigianato, preferendo parlare di luoghi più che di stili. L’idea di fondo è sempre la stessa: gli spazi – e gli oggetti – devono dialogare con la vita reale, con il corpo di chi li abita. Forse è per questo che, quando Louis Vuitton decide di firmare il suo primo orologio, negli anni Ottanta, pensa a lei.
Dalla Gare d’Orsay al polso: nascita del Monterey
Nel 1988 la Maison lancia le sue prime creazioni da polso, LV I e LV II: non semplici segnatempo, ma piccoli strumenti di viaggio che traducono in meccanica l’ossessione per gli orari, i fusi, le coincidenze tra un volo e un treno. Il modello LV I, in oro giallo o bianco, adotta una cassa a “ciottolo” priva di anse, con corona a ore 12 come nei vecchi orologi da tasca; sul quadrante, scale concentriche per ore, minuti, calendari e funzioni legate al mondo dei trasporti, dal GMT al world time. Il LV II, più compatto, sperimenta invece con la ceramica – nera o verde – e aggiunge una sveglia integrata.

Questi oggetti, progettati da Aulenti, sono lontani dall’idea di “orologio di moda”: sembrano strumenti professionali passati per lo studio di un’architetta, con quel profilo tondeggiante che scivola sotto il polsino ma al tempo stesso rivendica una presenza quasi scultorea. La comunità dei collezionisti li battezza affettuosamente “Monterey”, storpiando in inglese la parola francese montre. Col tempo, complice il gusto per l’inaspettato tipico della cultura digitale, il Monterey torna a spuntare sui polsi di creativi e trendsetter, fino a ricomparire persino in passerella, durante le sfilate Louis Vuitton.

Oggi la Maison decide di non limitarsi al revival nostalgico: affida a La Fabrique du Temps Louis Vuitton il compito di rileggere il progetto di Aulenti con gli strumenti dell’alta orologeria contemporanea. Nasce così il nuovo Louis Vuitton Monterey, edizione limitata a 188 esemplari, che conserva il gesto originario ma ne ripulisce il linguaggio, concentrandosi sulle funzioni essenziali – ore, minuti, secondi – e lasciando parlare proporzioni, materiali e dettagli.
Il bianco difficile del Grand Feu
Il volto del nuovo Monterey è un esercizio di disciplina: un quadrante in smalto Grand Feu bianco, sobrio solo in apparenza. Chiunque abbia provato a lavorare lo smalto sa che il bianco è tra le tonalità più delicate: ogni impurità si vede, ogni micro-bolla rompe l’illusione di perfezione. Per ottenere la giusta densità cromatica, gli artigiani di La Fabrique du Temps partono da una base in oro bianco preparata con fibre di vetro, su cui stendono a pennello strati successivi di smalto in polvere, diluito fino a diventare una sospensione omogenea. Dopo un primo velo sottile e una cottura nel forno tra 800 e 900 °C, seguono altri quattro strati, con passaggi in forno intermedi, finché la superficie non mostra il grado di opacità desiderato.

A questo punto il quadrante viene spianato con paperglass, per ottenere una superficie perfettamente piana, e subisce una serie di dieci cotture a circa 720 °C che vitrificano lo smalto, creando un effetto quasi opalino ma con una profondità particolare, diversa da qualsiasi laccatura industriale. Solo allora iniziano le decorazioni a tampone: essenze di smalto blu, rosso e nero vengono trasformate in una pasta fluida e stampate in più passaggi per costruire il motivo ferroviario esterno, la scala interna e la minuteria. Otto cotture per ciascun colore – quattro a 460 °C e quattro a 600 °C – fissano definitivamente le grafiche che citano con precisione il codice originario di Aulenti.
Le lancette in oro bianco, scheletrate e rivestite di lacca rossa, e la lancetta dei secondi in acciaio azzurrato riprendono lo stesso gioco cromatico, mentre le scritte “FAB. EN SUISSE” e “LOUIS VUITTON PARIS” completano un quadrante che guarda tanto agli orologi da tasca quanto alle strumentazioni ferroviarie. Qui l’idea di viaggio non è più una complicazione, ma una grammatica grafica.
La pietra levigata e il nuovo cuore meccanico
La cassa in oro giallo da 39 mm è la traduzione contemporanea del “ciottolo” disegnato da Aulenti: completamente priva di anse, si lega al cinturino tramite un sistema di passaggio nascosto sul fondello, identico nello spirito a quello del modello del 1988. Tutto è centrato sulla corona a ore 12, ingrandita e lavorata con un motivo Clous de Paris che offre presa al tatto e restituisce la stessa sensazione tattile dei chiodi metallici sugli angoli dei bauli Vuitton. La Fabrique des Boîtiers Louis Vuitton realizza e lucida manualmente ogni componente, fino a ottenere una superficie continua che riflette la luce come fosse una pietra levigata dall’acqua. Sul fondello cieco, la dicitura “1 of 188” è celata sotto il cinturino in vitello nero: un dettaglio che parla più al proprietario che al pubblico, coerente con un oggetto pensato per chi ama le discrezioni.

Dietro quel metallo compatto batte il calibro automatico LFT MA01.02, progettato e rifinito da La Fabrique du Temps. È un movimento a tre lancette con secondi centrali, 45 ore di riserva di carica, frequenza di 28.800 alternanze/ora e 26 rubini: numeri scelti per un uso quotidiano, non per la vetrina. Il lato nascosto, però, è curato come un’architettura: platina perlata, ponti sabbiati e micro-satinati, un rotore in oro rosa 18 carati alleggerito da intagli a “V” che evocano il monogramma della Maison, mentre sotto il bariletto compare il punzone LFT, sigillo interno di qualità.
In questo equilibrio tra sobrietà esterna e raffinatezza meccanica c’è qualcosa di molto vicino al modo in cui Gae Aulenti affrontava i suoi progetti: l’involucro come presenza rassicurante, l’interno come sistema complesso, pensato per durare. Il nuovo Monterey non cerca l’effetto nostalgia, ma si inserisce nella linea continua che unisce il museo d’Orsay, le lampade radicali degli anni Sessanta e l’idea di viaggiare con pochi oggetti ben scelti. È un orologio che porta al polso il punto di vista di un’architetta: il tempo come spazio abitato, più che come semplice sequenza di minuti.



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